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II gran patriarca della devozione córtese
La prima volta che ho visto la Maesti. di Duccio nel Museo senese dell'Opera del Duomo é stata negli anni Trenta, quando Pandare da Firenze a Siena rap-presentava un awenimento. Lo stesso viaggio é lungo anche oggi, im paio d'ore, con due accelerati che fer-mano alie stazioni di ogni paesino, compreso Granaio-lo. Emanava dalla Maestá un senso di stupore come da un abbagliante tesoro in una grotta, lo stesso che nel-l'ombra di San Marco a Venezia mi aveva comunicato la Pala d'Oro. Altro viaggio neU'immediato dopoguer-ra con due amici: nessuno di noi tre a vent'aimi ama-va la pittura dei primi secoli: a Firenze come in qualsiasi altra cittá toscana eravamo sempre in cerca di manieristi, del Pontormo, del Rosso, e neUa Pinacoteca senese attraversammo in fretta le sale dei pittori fra il Due e il Trecento per arrivare presto al Beccafu-mi. Eppure, al Museo dell'Opera del Duomo, la Mae-stá di Duccio ebbe il potere di fermarci con la sugge-stione di una materia preziosa trattata da un poeta vero. La terza volta fu d'aprile, mese ambiguo che puö mutare di colpo da primavera a invernó: i musei di Siena erano di un gelo sopraimaturale. Ormai in etá adulta, abbandonati i manieristi e preso da un fervore adolescente per la pittura medioevale, cercai súbito dopo di informarmi su Duccio, ma con scarso costrut-to. Fra i pittori italiani deUe origini Duccio h forse il piü misterioso. II Vasari gli dedica pochissime pagine, il minor numero di pagine per un grande pittore "da Cimabue in qua", sbrigandosi con un accenno "aUa maniera greca, ma mescolata assai con la moderna" e, piü genericamente, alie "oneste forme" e al "chiaro e scuro". Quando, per saperne di piü, cominciai a leg-gere gli storici dell'arte, mi sembró che, rispetto agU altri grandi trecentisti, il discorso suU'opera di Duccio si facesse piü vago, come se fosse impossibile o quasi dame una convincente trascrizione letteraria. I critici piü seri, alieni dalle mié esigenze estetizzanti, si dedi-cavano prevalentemente a ricerche filologiche sulle ve-re origini della pittura senese, sulla formazione di Duc-
cio e la sua presenza ad Assisi come primo aiuto di Cimabue. In piü, le varié attribuzioni al di fuori del gruppo di opere sicuramente sue.
Secondo gli studiosi locali, l'arte di Siena vantava una decisa "prioritá" su quella florentina, ma questa certezza era messa in forse da altri critici per i quali la storia della pittura senese ha inizio in seguito aUa battaglia di Montaperti: da quel poggio percorso da feridori furiosi, veri "lioni scatenati" su cavalli che pa-revano draghi che volassero "per rabbia", come lo vi-de l'anonimo cronista. Soprawissuto alio "strazio" e al "grande scempio", il florentino Coppo di Marco-valdo, prigioniero a Siena, aveva dipinto nella chiesa dei Servi la Madonna del bordone, fissando cosi "la prima formula deUa cosiddetta pittura senese" come si é venuta configurando verso la fine del Duecento. Avrebbe esercitato in questo modo una azione decisiva su Guido da Siena, considéralo invece dai suoi con-dttadini I'autentico, originale fondatore della pittura senese. A Coppo che influiva su Guido si contrappone-va Guido che influiva su Coppo: lo dimostrava la data della Maestá. di Guido a Palazzo PubbUco. Guido l'aveva dipinta nel 1221, quarant'anni prima che Coppo si accingesse aUa Madonna del bordone. La data era dichiarata falsa, ma poi autenticata con l'aiuto di una ricognizione radiografica, per essere aUa fine ricon-fermata inattendibile e spostata fra il '75 e l'SO, almeno quindici anni dopo la battaglia di Montaperti. La tavola sarebbe stata in caso contrario, secondo i voti senesi, di poco posteriore al paliotto di ignoto del 1215 nella Pinacoteca e aUa Madonna col bambino detta 'degli occhi grossi" che un anziano custode del Museo dell'Opera del Duomo iUustrava con orgoglio cívico ai visitatori: "Un legno tutto a rilievo!". A chi doman-dava se fosse ima delle piü antiche opere píttoriche di Siena, rispondeva: "Eh, purtroppo!", e allontanan-dosi ripeteva: " Purtroppo!". DifHcile capire se quel replicato "purtroppo" fosse im semplice perseverare nel-l'errore al posto di im "Dawero!", di un "Preciso!",